Mentre negli Stati Uniti l'intelligenza artificiale viene indicata come prima causa dichiarata dei tagli al personale, un'altra fotografia del mercato del lavoro racconta una storia molto piu' sfumata. Il Global AI Jobs Barometer 2026 di PwC, pubblicato a meta' giugno e basato sull'analisi di oltre un miliardo di annunci di lavoro in 27 Paesi, sostiene che chi possiede competenze in IA non viene espulso dal mercato: viene pagato di piu', e molto.

Il dato simbolo e' il premio salariale per le competenze legate all'intelligenza artificiale, salito al 62% (dal 57% dell'anno precedente). Significa che, a parita' di ruolo, un lavoratore che dichiara skill in IA guadagna in media due terzi in piu' di un collega che non le ha. Il premio varia molto per settore: tocca il 118% in alcuni comparti, come i mercati di consumo, mentre scende al 16% nel settore pubblico.

I posti che richiedono IA crescono otto volte piu' in fretta

La domanda di queste competenze esplode. Secondo PwC, le posizioni che richiedono skill specifiche in IA crescono del 69%, contro un aumento del 9% del mercato del lavoro nel suo complesso: quasi otto volte piu' rapidamente. Non e' quindi vero, almeno nei numeri aggregati, che l'IA stia semplicemente distruggendo posti: ne sta creando di nuovi e sta riscrivendo i requisiti di quelli esistenti.

Il punto cruciale e' proprio questo "riscrivere". Le competenze richieste cambiano a velocita' senza precedenti, e un annuncio di lavoro del 2026 chiede spesso strumenti e capacita' che due anni fa non esistevano. Per i lavoratori significa che la formazione continua smette di essere un optional e diventa la condizione per restare occupabili; per le imprese, che la sfida non e' solo assumere ma riqualificare chi gia' c'e'.

Domanda di competenze IA e produttivita' crescono molto piu' del resto del mercato.

Due percorsi divergenti per i lavoratori

Il messaggio centrale del rapporto e' che il mercato del lavoro si sta biforcando in due percorsi. Da un lato le aziende e i lavoratori capaci di sfruttare l'IA, che vedono crescere produttivita', occupazione e retribuzioni; dall'altro chi resta ai margini della tecnologia. PwC misura una crescita della produttivita' del 34% dal 2018 nei settori piu' esposti all'IA, contro il 24% di quelli meno esposti; e nel 20% delle aziende piu' avanzate la produttivita' del lavoro e' aumentata fino al 163% rispetto al 2018.

Sul fronte occupazionale, contro i timori di tagli generalizzati, l'organico delle aziende piu' esposte all'IA cresce piu' di quello delle altre: +52% contro +36% rispetto ai livelli del 2018. Un dato che ridimensiona, almeno per ora, la narrazione della sostituzione di massa, pur senza escludere che singole mansioni o singoli settori possano subire contraccolpi pesanti.

Cosa cambia per chi entra nel mondo del lavoro

Il punto piu' delicato riguarda i giovani. Il rapporto segnala che i ruoli entry-level piu' esposti all'IA hanno sette volte piu' probabilita' di richiedere competenze tradizionalmente considerate "senior", come capacita' di giudizio, leadership e pensiero critico. In altre parole, l'IA automatizza le mansioni piu' ripetitive che un tempo permettevano ai neoassunti di fare esperienza, alzando l'asticella di cio' che viene chiesto fin dal primo impiego. E' una buona notizia per chi sa portare valore aggiunto umano, una sfida enorme per il sistema educativo e per chi deve formare le nuove generazioni.

Il paradosso e' evidente: se le mansioni d'ingresso scompaiono, dove faranno esperienza i futuri "senior"? E' una domanda che riguarda direttamente l'Italia, dove l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e' gia' difficile e dove un divario di competenze digitali rischia di amplificare le diseguaglianze invece di ridurle.

Due fotografie da tenere insieme

Il quadro PwC non smentisce i casi di licenziamento attribuiti all'automazione, ma li inserisce in un contesto piu' ampio: l'IA sta ridistribuendo il lavoro piu' che eliminarlo, premiando chi la padroneggia e penalizzando chi ne resta escluso. Vanno comunque ricordati i limiti dell'analisi: il barometro misura la domanda espressa negli annunci di lavoro e i differenziali salariali, non gli effetti di lungo periodo sui posti gia' esistenti, e fotografa medie globali che nascondono forti differenze tra Paesi e settori. La lezione pratica, pero', e' netta e vale anche per il mercato italiano: investire oggi in competenze IA - non solo tecniche, ma anche di interpretazione e supervisione - e' la migliore assicurazione contro il rischio di finire dal lato sbagliato della biforcazione.