«Nella competizione sull'intelligenza artificiale, i prossimi anni contano molto più di quello che accadrà fra dieci.» Con questa frase, davanti agli azionisti dell'unità mobile di SoftBank il 23 giugno 2026, Masayoshi Son ha liquidato una delle idee più spettacolari del momento: costruire data center per l'IA in orbita, la visione che Elon Musk sta promuovendo da mesi. Per il fondatore del gruppo giapponese, di merito ce n'è poco. La corsa all'IA, ha detto, si vincerà con la potenza di calcolo «saldamente a terra».
L'argomento dei costi: l'energia pesa poco
Il ragionamento di Son è essenzialmente economico. Il vantaggio teorico di mettere i server nello spazio è abbattere i costi dell'energia, sfruttando l'illuminazione solare continua e il raffreddamento naturale del vuoto. Ma l'elettricità, ha osservato Son, rappresenta solo una piccola frazione del costo di gestione di un data center, di gran lunga inferiore a quella dell'hardware come i chip. Tagliare quella voce, insomma, non sposta l'equazione complessiva.
A fronte di un risparmio marginale, ci sarebbero costi enormi e nuovi: il trasporto di tutto in orbita, la manutenzione di apparati che non si possono raggiungere con un tecnico, e i ritardi di comunicazione tra Terra e satelliti, un problema serio per applicazioni che richiedono risposte in tempo reale. Per Son il bilancio non torna.
«Musk è un agente del cambiamento», ma SoftBank guarda a terra
Il giudizio non è un attacco personale. Son ha definito Musk «un notevole agente del cambiamento», pur dissentendo nettamente sulla strategia. SoftBank, ha spiegato, concentrerà gli sforzi nel costruire una capacità di data center «formidabile» sul pianeta. È una posizione coerente con gli investimenti colossali del gruppo nelle infrastrutture terrestri per l'IA, dalla partecipazione in progetti di mega-impianti negli Stati Uniti alle scommesse sui produttori di chip.
La logica del «chi colpisce per primo vince» — citata da Fortune nel resoconto dell'assemblea — spiega l'urgenza: per Son, immobilizzare capitali in un'architettura spaziale che darà frutti tra dieci anni significa perdere la finestra competitiva che si gioca adesso, mentre la domanda di calcolo esplode e ogni gigawatt installato a terra è un vantaggio immediato.
Non è il solo ad avere dubbi
Il 27 giugno TechCrunch ha rilanciato la questione notando che Son non è affatto isolato. L'idea dei data center orbitali — sostenuta oltre che da Musk anche da alcune startup del settore spaziale e da progetti di ricerca delle big tech — affascina per la sua ambizione, ma raccoglie scetticismo crescente tra ingegneri ed economisti. I nodi tecnici ricorrenti sono sempre gli stessi: come dissipare davvero il calore nel vuoto senza atmosfera, come gestire la manutenzione, come reggere i costi di lancio anche con razzi riutilizzabili.
Cosa c'è davvero in gioco
Dietro il botta e risposta c'è una domanda concreta che riguarda chiunque costruisca o usi servizi di IA: dove si troverà, nel prossimo decennio, la potenza di calcolo che alimenta i modelli? La risposta determina chi controllerà la risorsa più scarsa del settore. Musk scommette su una rottura radicale — portare l'infrastruttura fuori dai vincoli energetici e regolatori terrestri. Son risponde che la partita si decide molto prima che lo spazio diventi praticabile, e che vincerà chi avrà più data center accesi e funzionanti sulla Terra già nei prossimi due o tre anni.
È uno scontro di visioni che va oltre l'aneddoto: riflette due idee diverse di come scalare l'IA quando i limiti non sono più gli algoritmi, ma l'energia, i chip e il cemento. E per ora, tra i grandi investitori del settore, la linea «a terra» di Son sembra raccogliere più consensi della frontiera orbitale.




