Sono bastate meno di due ore di camera di consiglio. Il 18 maggio 2026 una giuria federale di Oakland, in California, ha respinto tutte le richieste di Elon Musk nella causa contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman, stabilendo all'unanimita' che l'imprenditore aveva atteso troppo a lungo prima di portare il caso in tribunale. Il giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha condiviso la conclusione e ha archiviato la causa. Una sconfitta netta per Musk, che ha subito promesso ricorso.

Cosa contestava Musk a OpenAI

La causa, avviata da Musk nel 2024, ruotava attorno a una promessa tradita: secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, Altman e i vertici di OpenAI avrebbero stravolto la missione originaria dell'organizzazione, nata nel 2015 come laboratorio non profit «a beneficio dell'umanita'», trasformandola di fatto in una macchina commerciale orientata al profitto. Musk, che ai tempi aveva contribuito con decine di milioni di dollari prima di uscire dal progetto nel 2018, chiedeva tra le altre cose la rimozione della dirigenza e ingenti risarcimenti.

La giuria di Oakland ha deciso in meno di due ore. (Foto: Phil Evenden/Pexels)

Perche' la giuria ha dato torto a Musk

Il punto decisivo non e' stato il merito, ma il tempo. La giuria consultiva, composta da nove membri, ha stabilito all'unanimita' che Musk aveva superato il termine di prescrizione di tre anni quando ha presentato la causa nel 2024. In altre parole, i giudici non hanno valutato se la presunta «violazione del vincolo di destinazione caritatevole» fosse fondata o meno: hanno semplicemente concluso che l'azione legale e' arrivata troppo tardi. Una vittoria su base tecnica, ma pur sempre una vittoria piena per OpenAI.

Le reazioni: «Risultato giusto» contro «Non e' finita»

I toni, fuori dall'aula, sono stati durissimi. William Savitt, avvocato di punta di OpenAI, ha dichiarato ai cronisti che la giuria «ha raggiunto il risultato giusto, e lo ha fatto in fretta», bollando la causa come «un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Dall'altra parte, Marc Toberoff, legale di Musk, ha tagliato corto: «Questa storia non e' finita. La riassumo in una parola: appello». Lo stesso Musk ha liquidato il verdetto come una vittoria ottenuta su un mero cavillo, annunciando che fara' ricorso.

Cosa c'era davvero in gioco

Dietro lo scontro personale tra due dei nomi piu' influenti della Silicon Valley c'era una posta enorme. OpenAI sta completando la propria ristrutturazione societaria e si prepara a quella che potrebbe essere una delle quotazioni in borsa piu' grandi della storia, con valutazioni stimate intorno ai mille miliardi di dollari. Una sentenza sfavorevole avrebbe potuto rallentare o complicare l'operazione, alimentando i dubbi sulla legittimita' della trasformazione da non profit a societa' a scopo di lucro. L'archiviazione, almeno per ora, toglie un macigno dal percorso di Altman.

Una guerra che continuera' altrove

Il verdetto di Oakland chiude un capitolo ma non la guerra. Con l'annuncio del ricorso, lo scontro legale tra Musk — che nel frattempo ha lanciato la rivale xAI — e OpenAI e' destinato a proseguire, probabilmente per anni. Sullo sfondo resta la domanda di fondo che il processo non ha sciolto: chi controlla, e a vantaggio di chi, i laboratori che stanno costruendo le IA piu' potenti del pianeta. La questione e' tutt'altro che archiviata, anche se questa causa, per il momento, lo e'.

Le tappe di uno scontro lungo undici anni

Per capire il peso di questo verdetto conviene riavvolgere il nastro. Musk e' stato tra i fondatori di OpenAI nel 2015, accanto ad Altman e ad altri, contribuendo con decine di milioni di dollari quando il progetto era un laboratorio non profit. Nel 2018 ha lasciato il consiglio di amministrazione, in disaccordo sulla direzione e, secondo alcune ricostruzioni, dopo aver proposto senza successo una fusione con Tesla. Da allora i rapporti si sono progressivamente deteriorati, fino alla causa del 2024 e alla nascita di xAI, la societa' con cui Musk compete direttamente con la sua ex creatura.

La difesa di OpenAI ha fatto leva proprio su questa storia: ha sostenuto che Musk fosse perfettamente consapevole della svolta verso il profitto e che avesse perfino tentato di acquisire l'azienda. La giuria non e' arrivata a valutare chi avesse ragione nel merito, ma il messaggio per il settore e' comunque rilevante: le promesse informali e le missioni dichiarate alla fondazione di una startup, per quanto solenni, difficilmente reggono in tribunale a distanza di anni. Per OpenAI, alla vigilia di una possibile quotazione storica, e' una rassicurazione che vale piu' delle parole.

C'e' poi un risvolto che il processo ha portato alla luce quasi per caso: durante le testimonianze, lo stesso Altman ha riconosciuto di aver valutato in passato una possibile candidatura a governatore della California. Un dettaglio che, al di la' del caso giudiziario, restituisce la dimensione politica ormai assunta dai vertici dei grandi laboratori di IA, figure le cui decisioni pesano su economia, lavoro e regolamentazione ben oltre i confini di un'azienda tecnologica. La causa Musk contro OpenAI si chiude qui, ma la riflessione su quanto potere stiano accumulando questi soggetti e' appena cominciata. E sara' questo, piu' del cavillo sulla prescrizione, il vero lascito di tre settimane di processo a Oakland.