Lo stesso giorno in cui circa 8.000 dipendenti hanno ricevuto la lettera di licenziamento, il 20 maggio, è trapelato l'audio di un incontro interno in cui Mark Zuckerberg difende un programma poco noto: Model Capability Initiative (MCI), il software con cui Meta registra l'attività lavorativa dei suoi ingegneri per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale.
La registrazione, ottenuta dall'organizzazione More Perfect Union, ha acceso una polemica che intreccia tre temi caldissimi: la fame di dati dei laboratori di IA, la sorveglianza sul lavoro e i tagli di personale giustificati proprio dall'automazione.
Che cosa registra il programma MCI
Secondo le ricostruzioni, MCI gira in background in modo continuo su una lista pre-approvata di strumenti professionali: Gmail, GChat, lo strumento interno Metamate, VS Code, oltre ad applicazioni di Google Workspace e Microsoft. Non si limita a salvare testi e codice. Il sistema traccia con granularità impressionante i movimenti del mouse, le coordinate esatte dei clic, le combinazioni rapide di tasti e il modo in cui i dipendenti passano da una finestra all'altra o scelgono voci da menù complessi.
L'obiettivo è costruire un set di dati su come lavorano davvero gli esperti, non solo sul risultato finale. La tesi di Zuckerberg, nell'audio, è netta: l'IA "impara guardando persone molto intelligenti che fanno le cose", e gli ingegneri d'élite sono soggetti di addestramento migliori dei contractor esterni.
"Nessuna opzione per disattivarlo"
Il punto più controverso riguarda il consenso. Quando alcuni dipendenti hanno chiesto come sottrarsi al monitoraggio, il chief technology officer di Meta, Andrew Bosworth, avrebbe risposto senza giri di parole: "Non c'è alcuna opzione per disattivarlo sul laptop fornito dall'azienda". La sovrapposizione temporale con i licenziamenti ha reso il messaggio ancora più pesante: prima i dipendenti vengono usati come materiale di addestramento, poi vengono tagliati e in parte sostituiti dagli agenti IA costruiti anche grazie ai loro dati.
La reazione è arrivata rapidamente. Nel Regno Unito alcuni lavoratori hanno avviato una campagna di sindacalizzazione, descrivendo un ambiente di "sorveglianza distopica". La vicenda ricorda altri casi recenti in cui i confini tra produttività, monitoraggio e privacy si sono fatti sottili, ma qui la finalità dichiarata — alimentare modelli che potrebbero rendere superflui gli stessi dipendenti — è particolarmente esplosiva.
Perché conta per chi lavora in Europa
In Europa, e quindi in Italia, un programma di questo tipo si scontrerebbe con vincoli ben più stringenti rispetto agli Stati Uniti. Il GDPR impone una base giuridica per il trattamento dei dati personali dei dipendenti e principi di minimizzazione e trasparenza; lo Statuto dei lavoratori italiano (articolo 4) limita il controllo a distanza dell'attività lavorativa e richiede accordi sindacali o autorizzazioni. Un tracciamento continuo di clic e tasti finalizzato all'addestramento di un modello difficilmente supererebbe questi test senza un consenso reale e una possibilità di opt-out.
Al di là del caso specifico, la storia illumina una tensione strutturale del settore: i modelli più capaci hanno bisogno di esempi di lavoro umano di alta qualità, e le aziende sono tentate di trovarli al proprio interno. Il rischio è che la "materia prima" dell'IA diventi l'attività quotidiana delle persone, registrata senza un'adesione consapevole.
La risposta di Meta e cosa aspettarsi
Meta non ha smentito l'esistenza del programma, inquadrandolo come parte degli strumenti aziendali installati sui dispositivi di lavoro. La controversia, però, è destinata ad alimentare il dibattito su regole più chiare per l'uso dei dati dei dipendenti nell'addestramento dell'IA, un tema finora rimasto ai margini rispetto a quello sui dati pubblici e sul copyright.
Per i lavoratori del settore tech la lezione è concreta: vale la pena leggere con attenzione le informative sui dispositivi aziendali e capire cosa, esattamente, viene registrato. Per le aziende europee, il caso Meta è un promemoria di quanto sia rischioso replicare pratiche pensate per un contesto normativo molto più permissivo.




