A gennaio 2026 era il 7%. A maggio è arrivata a quasi il 40%. È la quota di licenziamenti annunciati negli Stati Uniti in cui le aziende indicano l'intelligenza artificiale come motivo principale del taglio, secondo i dati della società di ricollocamento Challenger, Gray & Christmas ripresi a giugno da CNBC. In un solo mese, maggio, gli annunci di tagli hanno superato i 97.000, e per la prima volta l'IA è diventata la ragione più citata in assoluto.
I numeri di un'accelerazione
Sommando i primi cinque mesi dell'anno, i posti la cui soppressione è stata attribuita all'IA arrivano a 87.714, contro i 54.836 di tutto il 2025. Un balzo che racconta sia un fenomeno reale, sia un cambiamento nel modo in cui le aziende comunicano le ristrutturazioni. Perché — ed è il punto su cui insistono gli economisti — «citare l'IA» non equivale a «essere stati sostituiti dall'IA».
Lo scetticismo degli economisti
Daniel Zhao, capo economista di Glassdoor, invita a non prendere alla lettera le dichiarazioni delle imprese: un'azienda può attribuire i tagli all'IA «senza che questo corrisponda necessariamente alla realtà». L'intelligenza artificiale è diventata, in molti casi, una giustificazione comoda — più presentabile, davanti ai mercati e ai dipendenti, di un calo della domanda, di errori di assunzione fatti negli anni del boom o della semplice necessità di ridurre i costi.
C'è anche un paradosso che vale la pena notare: diverse aziende che tagliano citando l'IA sono le stesse che investono miliardi per costruirla e venderla. Il racconto dell'«IA che rende superflui i lavoratori» rafforza, non a caso, la narrazione commerciale di chi quei sistemi li offre.
Il vero impatto è il mancato hiring
Se si guarda ai dati macroeconomici, l'effetto più consistente non è il licenziamento di massa, ma il rallentamento delle assunzioni. Un'analisi di Goldman Sachs stima che nell'ultimo anno l'IA abbia ridotto la crescita mensile dei posti di lavoro di circa 16.000 unità, contribuendo a far salire il tasso di disoccupazione di 0,1 punti percentuali. Numeri contenuti, ma significativi perché agiscono su un margine: meno posti nuovi, soprattutto per chi entra ora nel mondo del lavoro.
Sono proprio i ruoli junior ed entry-level i più esposti. Le mansioni ripetitive e standardizzate — le prime su cui si imparava un mestiere — sono anche quelle che gli assistenti IA coprono meglio. Il rischio, segnalato da più analisti, è la chiusura del primo gradino della scala professionale: non licenziamenti clamorosi, ma porte che non si aprono più per i nuovi arrivati.
Trasformazione più che sostituzione
Sul medio periodo, lo scenario prevalente non è quello dell'apocalisse occupazionale. Una ricerca del Boston Consulting Group sostiene che l'IA rimodellerà più posti di quanti ne sostituisca: nell'arco di due o tre anni, secondo le stime, tra il 50 e il 55% dei lavori negli Stati Uniti cambierà natura, con molti dipendenti che manterranno ruoli simili ma con aspettative e strumenti radicalmente diversi.
È la chiave per leggere i dati senza panico né negazione. L'IA non sta svuotando in blocco gli uffici, ma sta ridisegnando in silenzio chi viene assunto, per fare cosa e a quali condizioni. La sfida, per i lavoratori e per chi governa il mercato del lavoro, non è difendersi da una sostituzione improvvisa, ma adattarsi a una trasformazione lenta e profonda che è già in corso — e che si misura più nelle assunzioni che non avvengono che nei licenziamenti che fanno notizia.




