L'Italia ha appena pubblicato la sua legge sull'IA, candida Bologna a polo europeo della ricerca, ospita la AI Week 2026 con 25mila persone — eppure resta nettamente indietro sull'adozione concreta dell'intelligenza artificiale nelle imprese. I dati Eurostat aggiornati a maggio 2026 collocano il Paese al diciottesimo posto su 27 in Unione: solo il 16,4% delle aziende italiane dichiara di usare almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro la media UE del 20% e il 42% della Danimarca, prima della classe.

Dove va peggio: micro e piccole imprese

La fotografia di Eurostat scompone il dato per dimensione aziendale: nelle grandi imprese italiane (oltre 250 dipendenti) l'adozione tocca il 41%, in linea con la UE; nelle PMI tra 10 e 49 dipendenti crolla al 12%; nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti, che sono il 95% del tessuto produttivo italiano), il dato non è nemmeno rilevato a livello statistico significativo. La distribuzione è preoccupante perché le micro e piccole imprese sono il cuore dei settori in cui l'IA potrebbe generare i guadagni più rapidi: manifattura su misura, agroalimentare, turismo, professioni intellettuali, ristorazione.

Le micro-imprese italiane restano fuori dal radar degli strumenti IA. Foto: Mihaela Claudia Puscas / Pexels

Perché il ritardo

Tre fattori, ripetuti dalle analisi di Confindustria e dell'Osservatorio del Politecnico di Milano. Primo, competenze: in Italia mancano figure tecniche specializzate, e la norma UNI 11621-8:2026, che ha appena definito i 12 profili professionali dell'IA, è arrivata solo trenta giorni fa. Secondo, diffidenza culturale: il sondaggio Deloitte Global Human Capital Trends 2026 ha rilevato che il 58% dei manager italiani considera l'IA "più una minaccia che un'opportunità" per la propria funzione, contro una media globale del 39%. Terzo, frammentazione del mercato: la struttura per filiere di subfornitura rende difficili gli investimenti su piattaforme che richiedono volumi minimi, e i fornitori IT italiani sono spesso più piccoli dei tedeschi.

Cosa promette il Piano Italia digitale 2026

Il governo punta sul fondo da 1 miliardo di euro previsto dalla Legge 132/2025 e gestito da Cassa Depositi e Prestiti Venture per finanziare startup e PMI in IA, cybersicurezza e telecomunicazioni. La Strategia italiana per l'IA 2024-2026 di AgID prevede inoltre voucher per le PMI, una piattaforma nazionale di servizi cognitivi (LLM e visione artificiale) sui server della PA, e un programma di formazione executive da 60mila aziende entro fine 2026. La candidatura di Bologna come hub europeo per la Frontier AI dovrebbe attrarre talenti che ricadrebbero anche sul tessuto produttivo dell'Emilia-Romagna.

I segnali positivi

Non tutto è negativo. Il digitale reale — fatturazione elettronica, pagamenti digitali, identità SPID — vede l'Italia molto avanti in Europa, e questo è un terreno fertile per inserire l'IA: la fatturazione elettronica è obbligatoria dal 2019 e fornisce un patrimonio di dati strutturati che molti altri Paesi non hanno. Le startup AI italiane crescono: Bending Spoons, Translated, iGenius, Vidiemme. Sul cloud sovrano, il polo Bologna potrebbe diventare uno dei tre nodi della AI Factory europea EuroHPC che si sta costituendo sotto Horizon Europe. E nelle scuole, dopo il caso italiano di dipendenza da chatbot esploso a inizio settimana, il Ministero ha annunciato una campagna pubblica per insegnare un uso critico dell'IA fra studenti e insegnanti.

La fotografia Eurostat resta scomoda, ma offre una lettura: il problema non è la tecnologia, è la traduzione. L'IA c'è, costa poco, è accessibile da browser. Quello che manca è il consulente di prossimità che spieghi a un'azienda di otto persone, in Veneto o in Puglia, cosa farci. È esattamente il vuoto che le 250mila posizioni IA aperte stimate per il 2027 dovrebbero colmare.