Dal 2 giugno 2026 Google permetterà ai siti web di scomparire dalle risposte generate dall'intelligenza artificiale pur restando nei risultati di ricerca tradizionali. La novità è un interruttore nella Search Console, lo strumento gratuito con cui gli editori gestiscono la propria presenza su Google, e arriva sotto la spinta dell'antitrust britannico. È un cambiamento che gli editori chiedevano da quando le risposte automatiche hanno iniziato a intercettare i clic prima che gli utenti aprissero un sito.
L'interruttore in Search Console e cosa disattiva
Il nuovo controllo consente di decidere se un sito può comparire ed essere usato in AI Overviews (i riassunti generati in cima ai risultati), in AI Mode (la modalità conversazionale di ricerca) e negli AI Overviews dentro Discover, in modo indipendente dalla ricerca classica. Chi attiva l'opt-out smette di ricevere traffico e impression da quelle superfici generative, ma continua a comparire nei risultati normali e nel feed Discover. È una distinzione cruciale: fino a ieri l'unica alternativa era bloccare del tutto il crawler di Google, perdendo anche il posizionamento organico.
Perché lo fa: la pressione dell'antitrust britannico
La mossa non è spontanea. La Competition and Markets Authority (CMA) del Regno Unito aveva assegnato a Google lo status di "strategic market status" nell'ottobre 2025 e, a gennaio 2026, aveva chiesto esplicitamente che gli editori avessero la possibilità di scegliere. La CMA definisce questo meccanismo di opt-out un "world first", una prima volta a livello mondiale, sostenendo che rafforza il potere negoziale dei siti quando trattano accordi sui contenuti con le grandi piattaforme. Come ha riportato TechCrunch, Google testerà inizialmente l'opzione con un gruppo ristretto di editori britannici, per poi estenderla a livello globale.
Niente penalità sul posizionamento, ma si perde il traffico dell'IA
Google ha tenuto a precisare un punto delicato: la scelta di disattivare le risposte IA non sarà usata come segnale di ranking per la ricerca tradizionale. In altre parole, uscire dagli AI Overviews non farà scendere un sito nei risultati classici. Resta però il dilemma economico: rinunciare alla visibilità nelle risposte generative significa rinunciare anche alle eventuali impression e ai clic che ne derivano. E i numeri in gioco sono enormi: secondo l'azienda, AI Overviews ha superato i 2,5 miliardi di utenti attivi mensili e AI Mode il miliardo.
Le nuove statistiche sulle risposte generative
Insieme all'opt-out, Google introduce nella Search Console nuove metriche dedicate alla ricerca generativa: quante impression arrivano dalle risposte IA, quali pagine vengono effettivamente citate e in quali Paesi. È un dato che finora mancava del tutto e che molti editori chiedevano da mesi per capire se gli AI Overviews stessero erodendo o alimentando le loro visite. Altre statistiche, fa sapere l'azienda, arriveranno nel tempo.
Il dilemma degli editori: visibilità contro traffico
La domanda vera, per chi pubblica contenuti, è se questa libertà sia reale o solo formale. Disattivare le risposte IA tutela il modello a clic, ma rischia di rendere un sito invisibile proprio dove sempre più utenti cominciano la loro ricerca. Lasciarle attive significa accettare che Google riassuma i propri contenuti, talvolta senza che il lettore arrivi mai sulla pagina. La vicenda si intreccia con le tensioni già esplose negli ultimi mesi tra produttori di contenuti e aziende di IA — dalle cause sul copyright agli accordi di licenza — e segna un precedente: per la prima volta un regolatore impone a una piattaforma dominante di dare agli editori una via d'uscita dall'IA senza punirli sui risultati ordinari. Resta da vedere se altri Paesi, a partire dall'Unione europea, seguiranno la strada tracciata da Londra.



