Da martedi' 26 maggio 2026 il modo in cui centinaia di milioni di persone usano Google e' cambiato in modo sostanziale: negli Stati Uniti la "AI Mode", la ricerca conversazionale guidata dall'intelligenza artificiale, e' diventata l'esperienza predefinita di Google Search, al posto del classico elenco di link blu. A muovere il tutto e' Gemini 3.5 Flash, il modello veloce che Google ha reso disponibile in via generale a fine maggio.
Non e' un ritocco cosmetico. Per la prima volta dal 1998 la casella di ricerca di Google smette di restituire, come prima risposta, una lista di siti da cui partire, e propone invece una risposta sintetica generata dall'IA, con i collegamenti relegati a corredo. Lo ha confermato anche The Verge, parlando di "un cambiamento fondamentale" nel rapporto fra utenti e motore di ricerca.
Cosa vede ora chi cerca su Google
Aprendo Google negli USA, l'utente trova in cima una risposta discorsiva costruita dall'IA, con la possibilita' di porre domande di approfondimento direttamente nella stessa pagina, come in una chat. Il sistema usa la tecnica del query fan-out: scompone la domanda in piu' sotto-ricerche eseguite in parallelo, raccoglie i risultati e li sintetizza. La modalita' e' multimodale (accetta testo, immagini e voce) e sempre piu' "agentica": Google ha mostrato funzioni capaci di confrontare prodotti, riassumere recensioni e avviare prenotazioni.
Perche' proprio Gemini 3.5 Flash
La scelta del modello non e' casuale. Servire risposte generate dall'IA a ogni singola ricerca, miliardi al giorno, ha un costo di calcolo enorme: per questo Google punta su Gemini 3.5 Flash, la variante ottimizzata per velocita' ed efficienza. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il modello offre intelligenza di livello "frontiera" a circa quattro volte la velocita' dei modelli concorrenti di pari classe, con una finestra di contesto da 1 milione di token e un prezzo via API di 1,50 e 9 dollari per milione di token in ingresso e in uscita. E' il compromesso che rende economicamente sostenibile mettere l'IA al centro della ricerca di massa.
Cosa cambia per chi pubblica siti web
Il nodo piu' delicato riguarda l'editoria e l'e-commerce. Se l'utente ottiene la risposta gia' confezionata, ha meno motivi per cliccare sui siti d'origine: e' il timore del cosiddetto "traffico zero clic", che testate e negozi online denunciano da quando sono comparse le sintesi IA. Non a caso, nelle stesse settimane motori alternativi come DuckDuckGo hanno rivendicato crescite a doppia cifra, raccogliendo utenti infastiditi dall'IA imposta come impostazione di default.
La posta in gioco nella guerra dei motori di ricerca
La mossa e' anche difensiva. Per oltre vent'anni la ricerca e' stata il fortino di Google, ma ChatGPT, Perplexity e gli assistenti conversazionali hanno abituato gli utenti a "chiedere" invece che a "cercare". Trasformando la propria ricerca in un assistente IA, Google prova a non farsi erodere il mercato pubblicitario che vale la maggior parte dei suoi ricavi. La scommessa e' delicata: deve introdurre l'IA senza distruggere lo stesso ecosistema di link e inserzioni su cui poggia il suo modello di business. Per ora la novita' riguarda gli Stati Uniti, ma Google ha annunciato un'estensione progressiva ad altri Paesi e lingue. L'Europa, complici le regole su trasparenza e concorrenza, seguira' con tempi propri.
Resta la domanda di fondo: con la risposta dell'IA in cima a ogni ricerca, quanto resta della rete fatta di siti, blog e negozi che per vent'anni si sono retti sul traffico di Google? E' la stessa tensione che attraversa tutto il settore, fra comodita' per gli utenti e sostenibilita' per chi quei contenuti li produce.




