L'intelligenza artificiale ha smesso di essere un esperimento e sta diventando una scelta strategica anche per le imprese italiane. Lo dice l'ultima edizione dello studio State of AI in the Enterprise di Deloitte, che ha coinvolto oltre 3.000 manager a livello globale: l'82% delle aziende italiane intervistate prevede di aumentare gli investimenti in IA nel prossimo anno, e il 92% si aspetta un incremento di produttivita' grazie all'adozione di questi strumenti. Numeri che fotografano un mercato in piena accelerazione, ma con nodi ancora irrisolti.

Quanta IA usano davvero le imprese italiane

Oltre sei aziende su dieci (62%) tra quelle intervistate utilizzano gia' l'IA generativa. Il dato piu' interessante riguarda pero' l'IA agentica — gli agenti autonomi che eseguono compiti al posto delle persone: oggi la usa circa il 70% delle imprese del campione, ma l'adozione e' destinata a salire fino a quasi il 91% entro due anni. Ed e' significativo che il 31% delle aziende italiane dichiari un grado di integrazione dell'IA nelle decisioni strategiche gia' «molto alto»: segno che, per una parte del tessuto produttivo, la tecnologia e' uscita dai reparti IT ed e' entrata nelle stanze dove si decide.

L'82% delle imprese italiane prevede di aumentare gli investimenti in IA. (Foto: Yan Krukau/Pexels)

Comprare o costruire: la dipendenza dai fornitori esterni

C'e' pero' un punto debole strutturale. Le imprese italiane si affidano in larghissima parte a tecnologie acquistate da fornitori esterni: solo il 3% dispone di tecnologie proprietarie, il 20% cerca di svilupparle internamente invece di comprarle, il 29% usa un mix tra proprietario ed esterno, un altro 29% tende a comprare piuttosto che sviluppare, e il 17% acquista sempre l'IA da fornitori terzi. Tradotto: l'Italia adotta molto, ma costruisce poco. E' una scelta razionale nel breve periodo — comprare e' piu' veloce ed economico — ma che lascia il know-how strategico nelle mani di pochi grandi attori, quasi tutti stranieri.

Cosa frena ancora l'adozione

Le barriere principali, secondo lo studio, sono tre e raccontano bene lo stato dell'arte. Al primo posto la carenza di talenti e competenze, segnalata dal 49% delle aziende: mancano le persone capaci di progettare, integrare e supervisionare i sistemi di IA. Seguono i costi e le risorse necessarie all'implementazione (41%) e i problemi tecnologici o di disponibilita' dei dati (36%). Quest'ultimo dato e' spesso sottovalutato: senza dati ordinati, accessibili e di qualita', anche il miglior modello produce risultati mediocri.

La carenza di competenze e' la prima barriera all'adozione dell'IA. (Foto: Pexels)

Dalla sperimentazione alla misurazione del valore

Il segnale di maturita' piu' importante e' che le aziende italiane hanno iniziato a misurare i risultati, invece di limitarsi a sperimentare. Oltre la meta' (51%) ha individuato parametri specifici per valutare le prestazioni dell'IA, il 49% ha monitorato i cambiamenti nella produttivita' dei dipendenti, il 43% ha misurato benefici non finanziari e il 35% ha calcolato il ritorno sull'investimento. E' il passaggio cruciale: finche' l'IA resta un progetto pilota senza metriche, e' facile entusiasmarsi; quando si comincia a chiedere quanto rende, il gioco diventa serio.

La fotografia di un'Italia che corre ma deve attrezzarsi

Il quadro che emerge e' quello di un Paese che ha superato la fase della curiosita' e sta investendo con convinzione, ma che rischia di restare un «adottatore» piu' che un «costruttore» di IA. Le leve su cui agire sono chiare: formare e attrarre competenze, mettere ordine nei dati aziendali e ridurre la dipendenza esclusiva da pochi fornitori. Lo studio Deloitte conferma insomma una buona notizia — l'IA in Italia non e' piu' un test — e una sfida: trasformare l'entusiasmo negli investimenti in vantaggio competitivo reale e duraturo.

Il nodo delle PMI e del divario con i grandi gruppi

Un avvertimento arriva dal confronto tra grandi imprese e piccole e medie aziende, la spina dorsale dell'economia italiana. Mentre i gruppi strutturati hanno team, budget e dati per integrare l'IA nei processi, gran parte delle PMI fatica ancora a partire: mancano competenze interne, i dati sono frammentati e l'investimento iniziale spaventa. Il rischio concreto e' che l'IA, invece di livellare il campo, allarghi il divario tra chi puo' permettersi di adottarla e chi resta indietro, esattamente come accaduto in passato con altre ondate tecnologiche.

Per evitare questo scenario servono leve di sistema: formazione diffusa, incentivi mirati all'adozione, e soprattutto strumenti pronti all'uso che non richiedano un reparto IT dedicato. La buona notizia e' che molti dei servizi di IA piu' potenti — assistenti generativi, agenti per l'automazione, strumenti per l'analisi dei documenti — sono oggi accessibili anche a una piccola impresa con pochi euro al mese e senza competenze di programmazione. La sfida, per l'Italia, non e' tanto la disponibilita' della tecnologia, quanto la capacita' di portarla anche fuori dai confini delle grandi aziende. Lo studio Deloitte, in fondo, e' un invito a non lasciare nessuno indietro.

Va letto in questa chiave anche il dato sull'IA agentica, che secondo Deloitte passera' dal 70% a quasi il 91% di adozione tra le imprese intervistate nel giro di due anni. Gli agenti autonomi rappresentano il salto piu' impegnativo, perche' non si limitano a generare testo ma compiono azioni: prenotano, ordinano, aggiornano sistemi. Per le aziende italiane questo significa che alla formazione tecnica andra' affiancata una riflessione su governance, responsabilita' e controllo umano sulle decisioni automatizzate. Adottare in fretta, insomma, non basta: serve adottare bene, con regole chiare su cosa l'IA puo' decidere da sola e cosa deve restare sotto la supervisione di una persona. E' su questo equilibrio che si giochera' buona parte della competitivita' del sistema produttivo nei prossimi anni.