«Questi non sono i vostri amici». Con questa frase, in un'intervista resa pubblica il 20 giugno 2026, la presidente di Signal Meredith Whittaker ha riassunto la sua diffidenza verso i chatbot di intelligenza artificiale come ChatGPT e Claude. «Non sono esseri coscienti, non sono interlocutori senzienti», ha aggiunto, invitando gli utenti a non proiettare sui sistemi conversazionali una relazione che non esiste. Parole nette, da una delle voci più ascoltate sul fronte della privacy digitale.

Whittaker guida l'app di messaggistica cifrata Signal, il punto di riferimento per chi mette la riservatezza al primo posto, ed è da anni una critica strutturale del modello di business basato sulla raccolta dei dati. Il suo intervento non è un rifiuto della tecnologia in quanto tale — ammette di usare l'IA «per impaginare un documento ogni tanto» — ma una messa in guardia sul modo in cui ci viene presentata.

Perché dice di non porre domande ai chatbot

La presidente di Signal spiega di non usare gli assistenti per pensare o scrivere: «Sono molto seria riguardo al mio pensiero e alla mia scrittura, e non voglio che il processo di elaborazione di un'idea venga precluso o eclissato dalla risposta di un sistema che fa la media di ciò che esiste già». È un punto sottile ma importante: i grandi modelli linguistici, per costruzione, restituiscono la sintesi statistica di quanto hanno letto, e affidare loro il ragionamento rischia di appiattire l'originalità invece di stimolarla. Un avvertimento che vale soprattutto per studenti, ricercatori e chiunque lavori con le idee.

Per Whittaker affidare il ragionamento ai chatbot rischia di appiattire il pensiero originale.

Gli agenti IA come «porta di servizio» alla nostra vita

La critica più affilata Whittaker la riserva agli agenti, i sistemi che agiscono al posto nostro. Prende di mira la visione promossa da Microsoft e dal suo capo dell'IA, Mustafa Suleyman, secondo cui in futuro si potrebbe lasciare a Copilot il compito di fare i regali di Natale ascoltando le chat di famiglia. Per realizzare uno scenario simile, osserva, l'agente avrebbe bisogno di un accesso impressionante: «la mia carta di credito, il mio browser, il mio Signal, la possibilità di scrivere ai miei fratelli a nome mio, il mio indirizzo di casa, il mio calendario». Concentrare tutto questo in un unico sistema, sostiene, equivale a costruire una nuova infrastruttura di sorveglianza, una «porta di servizio» che indebolisce anche le app cifrate.

Chi è Meredith Whittaker e perché la si ascolta

La credibilità di queste posizioni nasce dalla storia di chi le pronuncia. Whittaker ha lavorato per anni in Google, dove ha contribuito a organizzare le proteste interne dei dipendenti contro alcuni usi dell'IA, prima di diventare una studiosa critica del settore e poi presidente della Signal Foundation, l'organizzazione no-profit che sviluppa l'app di messaggistica cifrata. Non parla quindi da estranea alla tecnologia, ma da addetta ai lavori che ne conosce i meccanismi economici: il suo argomento di fondo è che il vero prodotto di molti servizi gratuiti restano i dati degli utenti, e che gli assistenti IA rischiano di spingere quella logica ancora più a fondo nelle nostre vite.

Cosa significa per chi usa l'IA ogni giorno

L'allarme di Whittaker arriva mentre gli assistenti agentici escono dai laboratori ed entrano nei sistemi operativi e nelle suite per ufficio, chiedendo permessi sempre più ampi su file, messaggi e account. Il suo messaggio non è «non usate l'IA», ma «sappiate cosa state concedendo»: ogni permesso dato a un agente è un pezzo della propria vita digitale affidato a un'azienda. Per gli utenti italiani, tutelati dal GDPR e dall'AI Act, è un invito a leggere davvero le richieste di accesso e a chiedersi se la comodità valga l'esposizione. La posizione è di parte — Signal vive di privacy — ma solleva domande che diventeranno centrali man mano che gli agenti si diffonderanno. Questo articolo riporta dichiarazioni verificate su fonti giornalistiche primarie e ne contestualizza la portata.