Solo il 16% degli americani pensa che l'intelligenza artificiale avra' un impatto positivo sulla societa'. Lo dice un'indagine del Pew Research Center pubblicata il 17 giugno 2026 e condotta su 5.119 adulti statunitensi, che fotografa un paradosso sempre piu' netto: l'IA entra nella vita quotidiana di milioni di persone, ma la fiducia nei suoi effetti continua a scendere.

I numeri: piu' uso, meno fiducia

Mentre il 16% si aspetta benefici per la collettivita', circa il 40% prevede un impatto negativo e quasi un terzo ritiene che positivo e negativo si equivarranno. Eppure l'adozione cresce: oggi il 49% degli adulti americani usa i chatbot, contro il 33% di due anni fa. Le persone, insomma, usano questi strumenti molto piu' di prima e contemporaneamente si fidano molto meno di dove ci porteranno.

Il pessimismo si estende a chi dovrebbe governare la tecnologia. Il 67% degli intervistati non si fida del governo statunitense per regolare l'IA in modo efficace, e il 59% non si fida delle aziende che la sviluppano. Quasi due terzi pensano che l'IA si stia muovendo troppo in fretta. Anche sul piano personale prevale la prudenza: il 31% si aspetta effetti negativi sulla propria vita, contro il 23% che ne attende di positivi. E' un ritratto di una popolazione che convive con la tecnologia piu' per necessita' che per entusiasmo.

L'adozione dei chatbot sale al 49%, ma la fiducia negli effetti dell'IA continua a calare.

Perche' il dato e' rilevante anche fuori dagli Stati Uniti

I sondaggi sulle opinioni vanno sempre maneggiati con cura: misurano percezioni, non realta', e le risposte cambiano a seconda di come sono poste le domande. Ma il valore di questa rilevazione sta nella tendenza, non nella singola cifra. Pew conduce indagini sull'IA da anni e la traiettoria e' coerente: piu' la tecnologia diventa pervasiva, piu' cala l'ottimismo. E' lo schema opposto a quello che le aziende speravano, secondo cui la familiarita' avrebbe portato fiducia.

Per chi sviluppa e vende prodotti basati sull'IA il segnale e' un problema concreto di reputazione. Non a caso, altre rilevazioni recenti mostrano che una larga quota di consumatori considera la dicitura «IA» nel marketing un elemento respingente piu' che un richiamo: un'etichetta che, invece di attrarre, allontana. La diffidenza tocca anche la politica: se due terzi delle persone non si fidano ne' delle aziende ne' dei regolatori, cresce lo spazio per richieste di regole piu' severe, dagli Stati Uniti all'Europa, dove l'AI Act sta entrando nella fase attuativa.

La sfiducia tocca aziende e regolatori: due terzi non si fidano di chi dovrebbe governare l'IA.

Cosa servirebbe per invertire la rotta

Gli esperti che commentano i dati indicano alcune leve. La prima e' la trasparenza: spiegare come funzionano i sistemi e quali dati usano, invece di presentarli come scatole nere infallibili. La seconda e' il controllo umano nelle decisioni che pesano sulle persone — un colloquio di lavoro, una richiesta di prestito, una diagnosi — dove la sensazione di essere giudicati da un algoritmo genera rifiuto. La terza e' mostrare risultati tangibili in ambiti dove l'IA puo' fare bene davvero: sanita', accessibilita', ricerca scientifica, piuttosto che dimostrazioni di potenza fine a se stesse.

Vale la pena ricordare anche un limite di questo tipo di rilevazioni: la sfiducia «in astratto» convive spesso con una soddisfazione concreta verso i singoli strumenti. Molti di quegli stessi americani che temono l'IA per la societa' usano ogni giorno un assistente per scrivere un'email o pianificare un viaggio, e ne sono contenti. E' un cortocircuito noto agli studiosi dell'opinione pubblica: il giudizio sulle grandi tecnologie tende a essere negativo sul piano collettivo e positivo su quello personale. Questo non rende il dato meno serio — anzi, indica che la diffidenza riguarda soprattutto governance, potere delle aziende e velocita' del cambiamento, piu' che l'utilita' immediata dei prodotti.

Il rischio, altrimenti, e' una frattura crescente tra un'industria che corre e un'opinione pubblica che frena: una distanza che, storicamente, finisce per tradursi in regole piu' rigide, cause legali e barriere all'adozione. Il 16% di oggi non e' una condanna definitiva, ma e' un campanello che il settore farebbe bene ad ascoltare prima che la sfiducia si trasformi in opposizione attiva. Per i lettori italiani, abituati a un dibattito spesso polarizzato tra entusiasti e catastrofisti, il dato Pew offre un punto di realta': la maggioranza delle persone non e' ne' l'una ne' l'altra cosa, ma semplicemente preoccupata. E la preoccupazione, a differenza del rifiuto ideologico, e' un atteggiamento con cui si puo' lavorare: chiede risposte, garanzie e prove, non slogan. Sta alle aziende e ai governi decidere se fornirle, oppure se continuare ad alimentare, annuncio dopo annuncio, la distanza tra le promesse e la fiducia di chi quelle tecnologie le usa ogni giorno.