L'Europa rischia di restare schiacciata tra Stati Uniti e Cina nella corsa all'intelligenza artificiale, e la risposta non può venire dai singoli Paesi. È il messaggio che il premio Nobel Giorgio Parisi ha ribadito a metà giugno 2026, rilanciando l'idea di un'infrastruttura pubblica europea per l'IA e i dati, costruita con la stessa ambizione con cui mezzo secolo fa i fisici hanno costruito il CERN.
La proposta: un centro pubblico europeo sul modello del CERN
Parisi parla di "necessità democratica": un grande centro europeo di ricerca sull'IA capace di attrarre talenti, condividere infrastrutture di calcolo e dati, e sviluppare soluzioni che mettano al centro la società e non solo il profitto. Il riferimento al CERN non è casuale: l'organizzazione di Ginevra dimostra che l'Europa, quando mette in comune risorse e cervelli, può competere ai massimi livelli mondiali in campi che nessuno Stato membro potrebbe affrontare da solo. La proposta è accompagnata da un manifesto firmato da studiosi ed esperti.
I numeri del divario: Europa contro USA e Cina
La spinta arriva da un dato di realtà difficile da ignorare. Gli investimenti privati nell'IA negli Stati Uniti hanno raggiunto cifre dell'ordine delle centinaia di miliardi di dollari l'anno, con la Cina impegnata in piani altrettanto ambiziosi sui data center. Di fronte a questi numeri, anche i 100 e più miliardi annunciati dalla Francia appaiono insufficienti se affrontati in ordine sparso. La domanda, rilanciata anche sul piano politico, è semplice: come può un singolo Paese europeo competere con i 500 miliardi mossi da chi sta davanti?
Siena, 15 giugno: l'IA e i dati biomedici
Il tema è stato al centro di un intervento a Siena, dove Parisi ha legato la proposta in modo specifico alle scienze della vita. La sua idea è costruire un'infrastruttura pubblica europea di dati biomedici, condivisa e governata secondo regole comuni, capace di accelerare la ricerca su farmaci e diagnosi senza consegnare le informazioni sanitarie dei cittadini a piattaforme private extraeuropee. Il Biotecnopolo di Siena viene citato come esempio di cooperazione scientifica estendibile su scala continentale.
Perché un'infrastruttura condivisa, e le obiezioni
I vantaggi di un approccio comune sono evidenti: economie di scala sul calcolo, standard condivisi sui dati, capacità di trattenere ricercatori che oggi guardano altrove. Ma le obiezioni non mancano. Un progetto del genere richiede tempi lunghi e una volontà politica che storicamente l'Unione fatica a esprimere su dossier tecnologici. C'è poi il rischio che, mentre si discute di governance, il divario con i privati continui ad allargarsi.
Cosa imparare davvero dal modello CERN
Il paragone con il CERN è suggestivo, ma va maneggiato con cura. L'organizzazione di Ginevra è nata per la fisica fondamentale, un campo dove i risultati sono pubblici per vocazione e la competizione commerciale è assente. L'IA è diversa: i modelli più avanzati sono prodotti industriali con un enorme valore di mercato, e gran parte del talento è già assorbita dalle aziende private che pagano stipendi fuori dalla portata del settore pubblico. Un centro europeo, per funzionare, dovrebbe quindi offrire qualcosa che i privati non danno: accesso aperto al calcolo per università e piccole imprese, dati di altissima qualità governati con regole trasparenti, e progetti di interesse pubblico che il mercato da solo non finanzierebbe.
C'è anche una posta in gioco geopolitica. Dipendere interamente da modelli e infrastrutture americane o cinesi significa, per l'Europa, affidare ad altri decisioni su privacy, sicurezza e accesso. Per questo Parisi parla di "necessità democratica" e non solo di competitività economica. La proposta ha il merito di porre la questione nei termini giusti: l'IA non è solo un tema industriale, ma di autonomia e di democrazia. Resta da vedere se l'Europa saprà trasformare l'ambizione in cantieri concreti, o se il "CERN dell'IA" resterà un'idea sui giornali.




