Nel codice dell'app Meta AI, quella che gestisce gli occhiali Ray-Ban Meta, è sepolta una funzione mai annunciata che si chiama "NameTag". A scoprirla, secondo quanto riportato da una inchiesta di Wired ripresa da Engadget nei primi giorni di giugno 2026, è stato un ricercatore di sicurezza che ha analizzato l'applicazione. NameTag è un sistema di riconoscimento facciale pensato per gli occhiali: cattura il volto delle persone inquadrate e, in teoria, avvisa chi indossa il dispositivo quando riconosce un viso già visto in precedenza.
Tre modelli già pronti, ma spenti
Dall'analisi del codice emerge che Meta ha già predisposto tre modelli di intelligenza artificiale collegati alla funzione: uno individua i volti in un'immagine, un secondo li ritaglia, un terzo li converte in dati biometrici. Secondo il ricercatore citato da Wired, però, nessuna parte di NameTag è oggi in esecuzione e nessun dato biometrico viene inviato ai server di Meta. In altre parole, l'infrastruttura tecnica esiste ed è pronta, ma l'interruttore è spento.
Non è la prima volta che il progetto affiora. A febbraio 2026 TechCrunch e altre testate avevano riferito che Meta stava valutando di portare il riconoscimento facciale sui suoi occhiali, proprio con il nome in codice NameTag. La nuova scoperta mostra che lo sviluppo è andato avanti, ben oltre lo stadio della semplice ipotesi.
Perché gli occhiali fanno più paura dei social
Il riconoscimento facciale su dispositivi indossabili è considerato da tempo una forma di sorveglianza molto più invasiva del classico "tag" sulle foto dei social network. La differenza è il tempo reale: un paio di occhiali può potenzialmente identificare degli sconosciuti per strada, a loro insaputa e senza alcun consenso. Una foto caricata su una piattaforma resta un atto circoscritto; un viso riconosciuto mentre si cammina cambia la natura stessa dello spazio pubblico.
A pesare è anche un dettaglio emerso dalla documentazione interna citata nell'inchiesta. Secondo un promemoria visionato dai giornalisti, Meta avrebbe valutato di lanciare la funzione durante un "ambiente politico dinamico" negli Stati Uniti, contando sul fatto che i gruppi della società civile pronti a criticare l'azienda avrebbero avuto le risorse concentrate su altre emergenze. Una considerazione che, se confermata, dice molto sulla consapevolezza dei rischi reputazionali.
Cosa rischia Meta in Europa e cosa farà adesso
In Europa una funzione del genere si scontrerebbe frontalmente con il GDPR e con l'AI Act, che classifica l'identificazione biometrica a distanza tra gli usi ad altissimo rischio, fino al divieto in molti contesti. Non a caso le precedenti versioni del riconoscimento facciale di Meta erano già state ritirate o limitate sotto la pressione dei garanti. Tradotto: anche se NameTag venisse attivato, difficilmente vedrebbe la luce nel mercato europeo nella stessa forma prevista per gli Stati Uniti.
Meta, interpellata, ha ribadito che la funzione non è disponibile per i clienti e non fa parte di un prodotto annunciato. Resta il fatto che la presenza di un'infrastruttura biometrica completa dentro un'app già installata su milioni di dispositivi sposta il dibattito dal "se" al "quando". E pone una domanda scomoda a chi compra un paio di occhiali intelligenti: quanto di ciò che il dispositivo può fare è davvero sotto il controllo di chi lo indossa?
Un precedente che pesa: il caso Clearview
Il timore non nasce dal nulla. Negli ultimi anni il caso più discusso è stato quello di Clearview AI, la società che aveva costruito un enorme database di volti raccolti dal web e che è stata sanzionata da diversi garanti europei, compreso quello italiano, per violazione delle norme sulla privacy. Quel precedente ha fissato un principio: raccogliere e trattare dati biometrici di persone ignare, senza una base giuridica solida, è illegale in Europa. Un sistema come NameTag, se mai venisse attivato sul territorio dell'Unione, dovrebbe fare i conti con quella giurisprudenza.
C'è poi la questione dell'asimmetria. Chi indossa gli occhiali otterrebbe un superpotere — riconoscere chiunque incroci — mentre le persone inquadrate non avrebbero modo di sapere di essere identificate, né di opporsi. È esattamente il tipo di squilibrio che le autorità di protezione dei dati considerano inaccettabile in luoghi pubblici. Anche per questo, più che la capacità tecnica in sé, a fare notizia è la scelta di costruirla in silenzio.
Cosa può fare chi possiede gli occhiali oggi
Nell'attesa di capire se e dove la funzione verrà mai accesa, chi già usa occhiali con fotocamera può adottare qualche accortezza: tenere aggiornata l'app per ricevere le eventuali modifiche alle impostazioni sulla privacy, controllare nelle impostazioni dell'account quali dati vengono condivisi e disattivare le funzioni di analisi delle immagini non necessarie. Vale anche per chi sta intorno: gli indicatori luminosi che segnalano la registrazione restano, per ora, l'unico vero strumento di tutela per chi viene inquadrato. È poco, e proprio questo spiega perché la vicenda NameTag riapre con forza il dibattito sulle regole per i dispositivi indossabili.




