La giustizia italiana mette dei paletti all'intelligenza artificiale. Il 26 giugno 2026 sono emerse, nel giro di poche ore, due posizioni convergenti e severe: quella della Corte di Cassazione, che ha sanzionato l'uso disinvolto dei chatbot negli atti processuali, e quella del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha annunciato controlli e azioni disciplinari verso i magistrati che si affidano all'algoritmo senza verificare. Il messaggio, da entrambe le parti, e' lo stesso: lo strumento puo' aiutare, ma la responsabilita' resta umana.
L'ordinanza sulle citazioni "allucinate"
Il caso piu' netto arriva dalla Settima sezione penale della Cassazione, con l'ordinanza n. 11431. I giudici hanno dichiarato inammissibile un ricorso in materia di stupefacenti i cui riferimenti giurisprudenziali erano, di fatto, frutto di una "allucinazione informatica": le sentenze citate a sostegno della difesa non affermavano affatto i principi che il ricorso attribuiva loro. E' il classico errore dei modelli linguistici, che possono produrre con tono sicuro citazioni plausibili ma inesistenti o travisate.
Non e' un problema solo italiano: negli ultimi due anni tribunali di mezzo mondo, dagli Stati Uniti all'Europa, hanno sanzionato avvocati che avevano depositato memorie con precedenti inventati di sana pianta da ChatGPT o strumenti simili. La novita' e' che ora anche la giurisprudenza di legittimita' italiana si pronuncia con chiarezza.
La "colpa qualificata" e l'aumento delle sanzioni
A rendere ancora piu' rigida la linea e' intervenuta la Terza sezione penale con la sentenza n. 23006. Qui la Corte ha qualificato l'uso di giurisprudenza inventata come "colpa qualificata", spiegando che citare precedenti inesistenti "altera il contraddittorio e ostacola il vaglio di legittimita'". La conseguenza pratica e' un inasprimento delle sanzioni pecuniarie a carico di chi presenta ricorsi temerari, ai sensi dell'articolo 616 del Codice di procedura penale.
Il principio affermato dai giudici e' tanto semplice quanto importante: l'uso della tecnologia non esonera in alcun modo il difensore dal dovere professionale di verificare la veridicita' e la pertinenza delle fonti citate. In altre parole, se un avvocato si fa aiutare da un'IA per redigere un atto, e' lui — non il software — a rispondere di cio' che firma.
Il CSM e la "riserva di umanita'"
Sul versante della magistratura giudicante, il Consiglio Superiore della Magistratura ha fatto sapere che avviera' azioni disciplinari nei confronti dei giudici che violano il principio di diligenza nell'uso dell'IA. Il vicepresidente Fabio Pinelli ha messo in guardia dal rischio che il giudice "finisca per adattarsi passivamente all'algoritmo", rivendicando la necessita' di preservare una "riserva di umanita'" nella decisione giudiziaria.
Il CSM sta inoltre valutando come inserire il tema dell'intelligenza artificiale nella formazione dei magistrati, affinche' mantengano una "distanza critica" dallo strumento. La preoccupazione non e' teorica: una decisione che incide sulla liberta' o sui diritti delle persone non puo' essere il prodotto opaco di un sistema statistico, per quanto sofisticato.
Il precedente di Patti e il nodo della trasparenza
Dietro la stretta c'e' anche un caso concreto che ha fatto discutere. All'inizio del 2026, al Tribunale di Patti, un giudice aveva copiato letteralmente articoli reperiti online e citato sentenze inesistenti o non pertinenti, riproducendo passaggi presi da un articolo del dicembre 2024. Episodi del genere mostrano come il problema non sia tanto la tecnologia in se', quanto la tentazione di scorciatoie senza controllo.
La posizione italiana si inserisce in un quadro europeo in cui l'AI Act classifica come ad "alto rischio" diversi usi dell'IA nell'amministrazione della giustizia, imponendo requisiti stringenti di trasparenza e supervisione umana. La direzione, insomma, e' chiara: l'IA puo' entrare nei tribunali come assistente, per cercare precedenti, riassumere atti o organizzare informazioni, ma la firma — e la responsabilita' — devono restare di chi giudica e di chi difende.
Cosa cambia in concreto per avvocati e magistrati
Dal punto di vista pratico, le pronunce della Cassazione fissano un dovere di verifica che difficilmente potra' essere ignorato: ogni citazione generata o suggerita da un sistema automatico va controllata alla fonte, esattamente come si farebbe con qualsiasi banca dati giuridica. Per i magistrati, il richiamo del CSM apre la strada a linee guida interne piu' dettagliate e a una formazione specifica. Per i cittadini, infine, e' la conferma di un principio rassicurante: per quanto avanzata, l'intelligenza artificiale non e' ancora — e per ora non vuole essere — il soggetto che decide delle loro cause.




