La quota di persone che ogni settimana chiede a un chatbot di intelligenza artificiale di spiegare l'attualita' e' passata dal 7% del 2025 al 10% del 2026. Lo certifica il Digital News Report 2026, l'indagine annuale del Reuters Institute for the Study of Journalism dell'Universita' di Oxford, pubblicata il 18 giugno e basata su un sondaggio condotto in 48 mercati. E' la fotografia piu' ampia disponibile su come ChatGPT, Gemini e gli altri assistenti stanno entrando nella dieta informativa, e su quanto questo spaventi gli editori.
Quanti usano davvero i chatbot per informarsi
Il dato chiave e' un 10% di utilizzo settimanale a livello globale, in crescita di tre punti in un anno. Ma e' un fenomeno fortemente generazionale: tra i 18-24enni la quota sale al 17%, contro il 5% di chi ha piu' di 55 anni. Solo l'1% degli intervistati indica l'IA come fonte principale di notizie: per ora i chatbot affiancano motori di ricerca e social, non li sostituiscono.
L'uso varia moltissimo per Paese. Cresce soprattutto in Asia, Africa, America Latina e nell'Europa meridionale e orientale: in Corea del Sud e in Turchia tocca il 14%, in Brasile il 13%, mentre nel Regno Unito si ferma al 4% e negli Stati Uniti al 6%. Non e' un caso isolato: il rapporto registra anche il sorpasso strutturale dei social e delle piattaforme video sui siti delle testate tradizionali come porta d'accesso alle notizie.
Non solo titoli: a cosa servono gli assistenti
Gli utenti non si limitano a chiedere ai chatbot l'ultima notizia. Secondo l'indagine, la funzione piu' diffusa e' porre domande di approfondimento (42% di chi li usa), seguita dall'accesso alle ultime notizie (35%), dal riassunto di articoli (34%) e dalla valutazione dell'affidabilita' di una fonte (33%). E' un uso conversazionale: l'assistente diventa un intermediario che spiega, semplifica e contestualizza, sottraendo all'editore il rapporto diretto con il lettore.
Il nodo della fiducia e del traffico
Qui emergono i due problemi che tengono sveglie le redazioni. Il primo e' la fiducia: a livello globale solo il 20% si fida delle notizie fornite da un chatbot, contro il 37% che si fida dell'informazione in generale. C'e' pero' una spaccatura netta tra chi li usa e chi no: la fiducia sale al 44% tra gli utenti effettivi e crolla al 17% tra i non utenti.
Il secondo problema e' il traffico. Solo il 4% degli intervistati dichiara di cliccare "sempre o spesso" sulle fonti originali a partire dalla risposta del chatbot, contro il 19% di chi arriva dai motori di ricerca e il 17% dai social. Per editori che vivono di pubblicita' e abbonamenti, significa che l'IA puo' intercettare la domanda di informazione senza generare alcuna visita. E' la stessa dinamica che alimenta il contenzioso sul diritto d'autore tra grandi testate e laboratori di IA.
Cosa cambia per gli editori (e per i lettori)
La raccomandazione del Reuters Institute e' netta: gli editori dovrebbero puntare su giornalismo distintivo e fonti riconoscibili invece di rincorrere le funzioni generiche degli assistenti. Differenziarsi su inchieste, firme e verifica dei fatti e' l'unico modo per restare rilevanti quando la sintesi e' diventata una commodity offerta gratis da ChatGPT o Gemini.
Per chi legge, il messaggio e' di metodo. Un chatbot e' bravissimo a riassumere e a rispondere a domande di follow-up, ma puo' sbagliare attribuzioni, date e numeri, e tende a non mostrare da dove arrivano le informazioni. Aprire la fonte citata resta l'unico modo per verificare, e quel gesto - oggi compiuto solo da un lettore su venticinque - e' anche cio' che tiene in vita le redazioni che quelle notizie le producono. Il sorpasso annunciato dal rapporto, insomma, non e' ancora avvenuto: ma la traiettoria e' segnata.




