Il 23 luglio 2026 i ministri delle economie dell'APEC, il forum di cooperazione economica dell'Asia-Pacifico, hanno adottato a Chengdu, nel Sichuan, la cosiddetta "Dichiarazione di Chengdu" sulle tecnologie digitali e sull'intelligenza artificiale. Il documento fissa un quadro di azione condiviso per approfondire, negli anni a venire, la cooperazione regionale su digitale e IA. Non e' un trattato vincolante, ma un accordo politico tra economie che insieme pesano una quota enorme del PIL e del commercio mondiale, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Giappone alla Corea del Sud.
Che cosa dice la Dichiarazione di Chengdu
La riunione ministeriale si e' svolta sotto il tema "Tecnologie digitali e IA per il rafforzamento di una comunita' dell'Asia-Pacifico". Il testo adottato mette l'accento su alcune priorita' concrete: accelerare lo sviluppo delle infrastrutture di comunicazione e di calcolo, promuovere la trasformazione digitale e intelligente delle industrie tradizionali e sostenere in modo particolare le micro, piccole e medie imprese, spesso le piu' esposte al rischio di restare indietro nella transizione all'IA. E' un'agenda pragmatica, centrata sull'adozione e sulla riduzione dei divari, piu' che sulla definizione di divieti o obblighi stringenti.
Due modi opposti di governare l'IA
La Dichiarazione di Chengdu e' interessante soprattutto se la si confronta con l'approccio europeo. L'Unione europea ha scelto la strada delle regole vincolanti con l'AI Act, che classifica i sistemi per livello di rischio e impone obblighi precisi, con le prime scadenze in materia di trasparenza fissate al 2 agosto 2026. L'APEC, invece, adotta un modello di cooperazione volontaria: nessun vincolo giuridico, molta enfasi su infrastrutture, interoperabilita' e crescita. Sono due filosofie che riflettono equilibri politici diversi e che, nei prossimi anni, si contenderanno l'influenza sugli standard globali dell'IA, anche in aree dove non esistono ancora regole condivise.
Il tassello che si aggiunge alla governance globale
La dichiarazione non nasce nel vuoto. Si aggiunge a una fitta serie di iniziative recenti: dal lancio a Shanghai di un nuovo organismo cinese per la cooperazione internazionale sull'IA, alle discussioni in sede ONU su come evitare "danni catastrofici", fino ai vari quadri nazionali in via di definizione negli Stati Uniti. Il risultato e' un mosaico di forum, dichiarazioni e organismi che si sovrappongono, ciascuno con la propria agenda e la propria area di influenza. Per le imprese che operano su piu' mercati — comprese quelle italiane ed europee attive in Asia — questa frammentazione e' una complicazione concreta: significa dover navigare regimi diversi, dai vincoli europei alle intese cooperative dell'Asia-Pacifico, senza uno standard unico di riferimento.
Il valore della Dichiarazione di Chengdu, in questo quadro, e' soprattutto segnaletico. Indica che i grandi Paesi dell'Asia-Pacifico vogliono coordinarsi sull'IA a partire dallo sviluppo e dall'adozione, non dal controllo. E' un contrappeso al modello europeo fondato sui diritti e sul rischio, e un promemoria del fatto che la partita sulle regole dell'intelligenza artificiale non si gioca solo nei parlamenti, ma anche nei forum economici dove si decide come e dove far crescere la tecnologia.
Un punto merita attenzione anche per l'Italia. Molte imprese italiane, soprattutto nella manifattura e nel lusso, hanno legami commerciali forti con i mercati dell'Asia-Pacifico. Le priorita' indicate a Chengdu — infrastrutture di calcolo, digitalizzazione delle industrie tradizionali, sostegno alle piccole e medie imprese — sono esattamente i terreni su cui si giochera' la competitivita' dei prossimi anni. Capire in quale direzione si muovono queste economie non e' quindi un esercizio astratto di geopolitica, ma un'informazione utile per chi esporta, produce o cerca partner in quell'area. La Dichiarazione di Chengdu, pur non essendo vincolante, offre una bussola su dove i governi dell'area intendono spingere gli investimenti pubblici e privati nell'intelligenza artificiale.




