Dal 2 agosto 2026 le regole dell'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, entrano in una fase decisamente più concreta. Diventano applicabili gli obblighi di trasparenza dell'articolo 50 e le regole per i modelli di IA general purpose, mentre l'AI Office della Commissione acquisisce poteri di vigilanza e sanzione. In pratica, nasce il diritto degli utenti a sapere, in modo esplicito, quando stanno interagendo con una macchina o guardando un contenuto generato artificialmente.

Le nuove regole di trasparenza dell'AI Act si applicano in tutti i 27 Stati membri.

Chi deve dichiarare cosa

Gli obblighi toccano quattro situazioni molto comuni. I sistemi che interagiscono con le persone — chatbot, assistenti vocali, agenti conversazionali — devono rendere riconoscibile la propria natura artificiale, a meno che non sia già evidente. Chi impiega sistemi di riconoscimento delle emozioni o di categorizzazione biometrica deve informare le persone coinvolte. Chi usa l'IA per creare deepfake — immagini, audio o video manipolati — deve dichiararlo. E chi pubblica testi generati dall'IA per informare il pubblico su questioni di interesse generale deve segnalarlo, salvo revisione editoriale umana con responsabile identificabile.

La logica è quella della marcatura e della divulgazione: non si vieta la tecnologia, si impone di dire quando è in uso. Per redazioni, agenzie di comunicazione e aziende che gestiscono servizio clienti automatizzato, significa rivedere avvisi, disclaimer e flussi di pubblicazione.

Le nuove regole per i modelli GPAI

La seconda gamba della scadenza riguarda i modelli di IA per finalità generali, i cosiddetti GPAI: i grandi modelli di base che alimentano chatbot, agenti e strumenti di sviluppo. I fornitori devono documentare le caratteristiche tecniche del modello, mettere queste informazioni a disposizione delle autorità e degli operatori a valle che costruiscono servizi sopra il modello, adottare una politica di rispetto del diritto d'autore e pubblicare un riepilogo «sufficientemente dettagliato» dei contenuti usati per l'addestramento. Per i modelli che presentano un rischio sistemico gli obblighi sono ancora più stringenti, con valutazioni e segnalazioni di incidenti.

Dal 2 agosto l'AI Office può chiedere informazioni, valutare i modelli e imporre misure correttive.

Quanto si rischia: le sanzioni

La vigilanza passa all'AI Office, che dal 2 agosto può richiedere informazioni, valutare i modelli, imporre misure correttive e comminare multe. Per la violazione degli obblighi sui modelli general purpose le sanzioni arrivano fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo, a seconda dell'importo più alto, con soglie ridotte per le piccole e medie imprese. Resta più severo il regime già in vigore per le pratiche vietate — come alcune forme di sorveglianza biometrica o di manipolazione — dove le multe possono toccare i 35 milioni di euro o il 7% del fatturato.

Come ha ricordato Il Sole 24 Ore, il vero cambio di passo è il debutto della vigilanza: fino a ieri il regolamento era in gran parte sulla carta, ora c'è un'autorità che può controllare e sanzionare.

Cosa devono fare adesso le aziende italiane

Per un'impresa che usa l'IA, l'adeguamento parte da una mappatura: quali sistemi interagiscono con clienti o cittadini, quali generano contenuti, quali si appoggiano a modelli GPAI di terzi. Da lì discendono le azioni pratiche — inserire avvisi di interazione con un sistema automatico, etichettare i contenuti sintetici, chiedere ai fornitori la documentazione tecnica e le informazioni sul rispetto del copyright, aggiornare le informative. Chi sviluppa modelli propri deve invece predisporre la documentazione e il riepilogo dei dati di addestramento. L'Italia, che ha approvato a fine 2025 una legge nazionale sull'IA con norme specifiche per sanità e pubblica amministrazione, dovrà far dialogare i due piani, europeo e nazionale. Il consiglio, per le realtà più piccole, è di non aspettare: la conformità documentale richiede tempo, e ora c'è un'autorità che può chiederla.

Le informazioni normative sono state verificate incrociando la documentazione della Commissione europea con le analisi di Il Sole 24 Ore e Agenda Digitale.